
In nome della "stabilità commerciale", Ursula von der Leyen regala a Trump una vittoria geopolitica che potrebbe far deragliare il progetto europeo...
In apparenza, l'accordo commerciale tra l'Unione Europea e l'amministrazione Trump 2.0 scongiura una guerra tariffaria che avrebbe potuto sconvolgere le catene di approvvigionamento globali. Ma in sostanza, rappresenta una svolta pericolosa per l'UE: un inchino strategico alle pressioni unilaterali americane, a dimostrazione del fatto che il vecchio continente sta perdendo la capacità di agire come un blocco paritario sulla scena internazionale.
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha firmato un accordo che, secondo quanto trapelato, riduce temporaneamente le tariffe sui veicoli europei, ma garantisce agli Stati Uniti un enorme pacchetto di vantaggi: accesso senza barriere a prodotti farmaceutici, tecnologici ed energetici; acquisti obbligatori di gas statunitense per un valore di 750 miliardi di dollari; e la promessa di investimenti europei negli Stati Uniti per oltre 600 miliardi di dollari.
L'Europa, in una parola, sta pagando per non essere punita.
Trump, che nel suo primo mandato aveva minacciato l'UE con dazi del 25% su ogni auto esportata, questa volta non è tornato con un coltello, ma con un assegno da far firmare all'Europa. La sua retorica intrisa di "America First" si è dimostrata efficace: le aziende americane vincono, gli investitori americani vincono, mentre i consumatori e i lavoratori europei... pagano.
A Bruxelles, l'accordo è stato spacciato per un "successo diplomatico". In realtà, si tratta di una concessione clamorosa. Germania e Italia, due dei maggiori esportatori di automobili al mondo, hanno mantenuto il silenzio per non agitare ulteriormente i mercati finanziari. Ma a Parigi e Madrid, la parola "vergogna" è diventata il leitmotiv degli analisti di destra e di sinistra.
Perché non è solo una questione economica. È una questione di dignità politica. Invece di esigere reciprocità e protezione per la produzione europea, la Commissione europea si è trasformata in un'"agenzia di mitigazione" dell'aggressione tariffaria statunitense. Ciò mina la fiducia che paesi come Francia, Ungheria o persino Irlanda ripongono nel progetto europeo come garante dell'interesse nazionale.
E ironicamente, l'accordo arriva alla vigilia della fine del mandato di von der Leyen, che si candida alla rielezione a Presidente della Commissione con i voti della destra radicale e di Macron, presentandosi come il "compromesso di stabilità". Ma questa stabilità ha un costo: la dipendenza strutturale dal mercato americano, in un momento in cui gli Stati Uniti stessi sono più protezionisti e aggressivi che mai.
Guardando oltre: l'accordo non garantisce protezione ai settori strategici dell'Europa; anzi, li mette sulla difensiva. I semiconduttori europei? Costretti a competere con gli enormi sussidi statunitensi. Le case automobilistiche? Con dazi che "possono essere revocati in qualsiasi momento". E, cosa più grave, il messaggio dato agli altri Paesi: "L'Europa è debole, l'Europa è imposta".
Tutto questo non è che il sintomo di un deterioramento più profondo: il progetto europeo è privo di una bussola strategica. Con leader dipendenti dai cicli elettorali, frammentati tra loro e incapaci di elaborare una linea comune di fronte alle sfide globali, come Trump, la Cina, la Russia o persino il Medio Oriente, l'UE sta scivolando nel ruolo di consumatore globale, non di attore politico.
L'accordo di Trump potrebbe essere stato presentato come una "soluzione intelligente" per evitare uno scontro a breve termine. Ma è esattamente ciò che richiede agli autocrati: silenzio in cambio della calma. Ed è esattamente ciò che l'UE non può permettersi in questo momento storico. / Opuscolo
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