Ha definito il Pontefice "debole", si è attribuito la sua elezione, ha minacciato di ritirare le truppe, ma ora manda il suo segretario di Stato a chiedere un incontro con Meloni e un'udienza con il Papa. Il pugile ha perso il primo round...
In diplomazia i segnali contano. E la visita di Marco Rubio a Roma è un segnale chiaro, nonostante la sua retorica ufficiale sullo "scioglimento dei ghiacci": colui che cerca un incontro non è il Papa, ma Donald Trump.
Dopo aver definito pubblicamente Papa Leone XIV "debole" e "terribile", dopo essersi attribuito il merito della sua elezione alla Santa Sede, il presidente americano si trova ora nella posizione di chi invia un emissario per riparare ciò che lui stesso ha distrutto. E non si tratta di un "collasso". Si tratta di una ritirata tattica dopo un attacco fallito.
Perché il Papa non è caduto nella trappola della guerra spietata di Trump. La sua risposta è stata breve, chiara e brutalmente elegante: "Non sono un politico, continuerò a parlare contro la guerra".
Con queste poche parole, il Pontefice non si piegò alla provocazione, non fece eco agli insulti. Al contrario, fece ciò che fa ogni figura veramente morale: cambiò il terreno.
Trump parla di potere, elettori e "nemici". Il Papa parla di pace, dignità e della sua missione spirituale. È come paragonare un pugile a un monaco: combattono in arene completamente diverse.
Ed ecco, senza ombra di dubbio, la grande lezione che il Papa ha impartito a Donald Trump:
La vera forza non risiede nelle minacce, ma nella solidità morale.
Trump è abituato alle minacce. Ha minacciato di ritirare le truppe dall'Italia, ha attaccato Giorgia Meloni, ha deriso il Papa. E cosa è successo? Niente! L'Italia non ha stanziato fondi. Il Vaticano non ha reagito per le rime. E ora eccolo qui: Rubio a Roma, che chiede di "incontrare Meloni" e spera in un'udienza con il Papa.
Questa è la grande ironia. Trump ha cercato di usare la forza bruta di una superpotenza. Il Papa ha usato l'autorità della verità. E ha vinto.
Anche la premier Meloni è uscita rafforzata da questo scontro. Difendendo il Papa e non cedendo alle pressioni di Trump, ha dimostrato una fermezza diplomatica che molti altri leader hanno perso da tempo. Ha compreso un principio fondamentale: quando si affronta un prepotente, cedere non fa altro che alimentare la prepotenza.
Certo, Rubio cercherà di "costruire il ponte". Si tratta di realpolitik, di basi militari statunitensi in Italia, di miliardi di dollari in gioco. Ed è giusto che i diplomatici facciano il loro lavoro.
Ma non facciamo confusione. Chi si sta scusando? Chi sta chiedendo un incontro? Di chi è l'emissario che percorre i corridoi di Roma per placare i partner? Di Donald Trump!
Papa Leone XIV ha impartito al presidente americano una lezione di storia. Gli ha insegnato che l'ego e le minacce non sono invincibili. Di fronte a loro si erge una forza più grande: la serenità di chi non ha nulla da chiedere e tutto da dimostrare.
Ora, il gesto di Rubio a Roma non è un "inginocchiarsi" davanti al Papa. È l'opposto. È il ritorno cauto, quasi imbarazzato, della Casa Bianca per ricomporre i pezzi di un rapporto che Trump stesso ha fatto saltare in aria.
E il Papa? Continuerà a parlare di pace. Perché sa che in questo duello non aveva bisogno di vincere. Ha preservato la dignità della Santa Sede. Mentre Trump... ha perso entrambe. / Opuscolo
Per ty e gjergj Trumpin nuk e kishin zgjedhur kurre. Po çe do, te pakten ke ne dore te shkruash cdo gje te zeze edhe pse te paverteta. Sdq jepi kaq mundesh
Ke te drejte se Trampin e kane zgjedh ca si puna jote
Çdo fjali është shumë e saktë. Ata që mendojnë ndryshe, për fatin e mirë janë në minorancë dhe ashtu do të jenë...