Dopo oltre due mesi di conflitto e un cessate il fuoco che regge a malapena, le ripetute minacce di Donald Trump contro l'Iran stanno riaprendo un clima di paura e incertezza in un Medio Oriente ancora sull'orlo di un'esplosione...
Dopo oltre due mesi di sanguinosi scontri in Medio Oriente, con un fragile cessate il fuoco mantenuto più dal timore di un'esplosione totale che da una reale volontà di pace, Donald Trump ha scelto di reintrodurre il linguaggio della minaccia come strumento politico.
Nelle ultime settimane, ogni sua apparizione pubblica è stata caratterizzata da toni ultimatum nei confronti dell'Iran, con avvertimenti di "attacchi decisivi", "conseguenze catastrofiche" e "un impiego di forza americana senza precedenti".
Finora, però, queste dichiarazioni hanno generato più clamore mediatico che azioni concrete. Ed è proprio qui che risiede il pericoloso paradosso: anche quando le minacce si rivelano vane, continuano ad alimentare il clima di guerra.
Oggi la regione vive in uno stato di nervosa tensione. Iran e Israele, per la prima volta da decenni, sono entrati in conflitto diretto, non più attraverso i tradizionali intermediari. Attacchi, contrattacchi, droni e missili hanno creato una nuova realtà in materia di sicurezza in Medio Oriente, dove un singolo incidente può innescare una guerra in tutta la regione.
In questo clima, le dichiarazioni impulsive di Donald Trump non vengono interpretate come retorica elettorale americana, bensì come segnali che potrebbero modificare i calcoli militari sul campo.
Teheran ha compreso questo gioco e sta rispondendo con una propaganda aggressiva. Le manifestazioni notturne nelle strade iraniane, le immagini televisive dei razzi e i messaggi nazionalisti non sono segni di sicurezza di sé, ma indicatori dell'ansia del regime.
La Repubblica islamica sta faticando a convincere il proprio popolo e gli avversari esterni di avere la situazione sotto controllo, mentre l'economia iraniana è strangolata dalle sanzioni e la tensione interna rimane elevata.
Ma a Washington si sta svolgendo anche una sorta di teatro politico. Trump sta usando la crisi come strumento per ripristinare l'immagine di un leader globale forte. Il problema è che la diplomazia basata esclusivamente sulle minacce ha un limite pericoloso: a un certo punto, l'altra parte potrebbe decidere di mettere alla prova la serietà della minaccia. E allora un "bluff" politico può trasformarsi in un vero e proprio conflitto.
Ecco perché la situazione attuale rimane più pericolosa di una guerra aperta. Perché abbiamo un cessate il fuoco di cui nessuno si fida, una regione armata fino ai denti e leader che parlano più di forza che di soluzioni. Ogni nuova dichiarazione di Trump provoca scosse nei mercati globali, tensioni nella diplomazia regionale e mobilitazione propagandistica in Iran. Anche quando le minacce non si concretizzano, mantengono la regione sull'orlo dell'esplosione.
In definitiva, lo spettro della guerra non ritorna solo dai missili o dagli eserciti. Ritorna da una politica che si nutre di paura, da leader che sfruttano la tensione come capitale elettorale e da una diplomazia che ha perso la capacità di produrre compromessi. Il Medio Oriente di oggi non ha bisogno di nuovi ultimatum, ma di veri meccanismi di de-escalation. Perché la storia di questa regione ha dimostrato che le guerre più grandi sono spesso iniziate proprio da minacce che inizialmente sembravano propaganda. / Opuscolo

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