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Forum 6 Tetor 2025, 22:25

I Balcani, tra stabilità ed esplosione!

Shkruar nga Prof.dr. Skënder Asani
I Balcani, tra stabilità ed esplosione!
KFOR in Kosovo

I Balcani oggi sono come un ponte sopra un abisso, sorretto da tre pilastri: Dayton, l'ordine costituzionale del Kosovo e l'accordo di Ohrid. Se uno dei tre si rompe, il ponte crolla, e con esso l'architettura della pace. Questo è l'ultimo momento per scegliere tra l'indifferenza che porta tragedia e l'azione che protegge la stabilità. La storia non perdona chi non impara: l'ombra degli anni '90 bussa di nuovo alle nostre porte.

I Balcani stanno nuovamente entrando in una stagione pericolosa, in cui l'ombra del passato cerca di oscurare il presente e il futuro della regione. Attraverso strategie ben coordinate, progetti egemonici, che un tempo portarono alla sanguinosa disintegrazione dell'ex Jugoslavia, vengono rilanciati sotto le mentite spoglie del cosiddetto "mondo serbo". Dall'attacco paramilitare a Banjska, in Kosovo, alla quotidiana retorica secessionista in Bosnia ed Erzegovina, fino ai sofisticati tentativi di relativizzare l'accordo di Ohrid in Macedonia del Nord, sta emergendo una chiara linea d'azione: l'apertura di crisi parallele per minare le fondamenta degli stati multietnici e distruggere l'architettura della stabilità balcanica.

La storia degli anni Novanta è un monito vivente. All'epoca, ritardi nella reazione, indifferenza e mancanza di determinazione internazionale furono pagati con il sangue, il genocidio e lo sfollamento biblico di popolazioni. Le guerre non furono fermate da un appello morale, ma solo dopo che le conseguenze avevano raggiunto dimensioni irreparabili. Solo dopo Dayton (1995), l'intervento della NATO in Kosovo (1999) e l'Accordo di Ohrid (2001) i Balcani si eressero su tre nuovi, fragili ma necessari pilastri, su cui fu fondato il nuovo ordine di pace. Oggi, questi tre pilastri sono sotto attacchi sincronizzati. La Bosnia è minacciata da una retorica che prepara il terreno per la spartizione, il Kosovo si trova ad affrontare tentativi di destabilizzazione e delegittimazione della sovranità, mentre in Macedonia del Nord l'Accordo di Ohrid è messo in discussione nel profondo.

L'ultima retorica di Belgrado, presentata come un avvertimento sul "rischio di guerra", nasconde una strategia sofisticata per distogliere l'attenzione dalle crisi interne e manipolare il clima politico regionale. Dopo gli evidenti fallimenti in Bosnia e Banjska, l'attenzione si è spostata sulla Macedonia del Nord, dove la strumentalizzazione delle divisioni interne e le politiche anti-albanesi sono diventate un mezzo per eliminare l'entità politica albanese derivante dagli Accordi di Ohrid. Il successo o il fallimento di questo progetto, a seconda dell'intensità dell'investimento del padrone del mondo serbo e della retorica manipolatrice del primo ministro macedone, dipenderà direttamente dall'esito delle elezioni locali di ottobre, che per i calcoli di Belgrado sono diventate un banco di prova per la futura configurazione degli equilibri politici nella regione. Questa strategia, basata sulla narrazione della paura e delle tensioni interetniche, mira a trascinare la crisi verso il Kosovo, la Bosnia e oltre, creando il terreno per una destabilizzazione controllata che produce caos e dipendenza politica.

In questo contesto, i Balcani non dovrebbero essere visti come una crisi periferica, confinata ai margini del continente. Sono parte integrante di un quadro geopolitico globale. L'aggressione russa in Ucraina mette in discussione l'ordine internazionale e il principio di sovranità; i conflitti che imperversano in Medio Oriente stanno assorbendo l'attenzione delle grandi potenze. È proprio in questo momento che la distrazione strategica, il progetto del "mondo serbo", cerca di avanzare. Non è un caso che scenari destabilizzanti in Kosovo, Bosnia e Macedonia si sviluppino parallelamente, seguendo gli stessi schemi: l'impiego di paramilitari, l'attacco agli accordi internazionali e la promozione di violente narrazioni nazionaliste.

L'accordo di Ohrid non è un documento politico ordinario, ma un contratto fondamentale su cui è stata ricostruita la pace, è stata garantita l'uguaglianza interetnica e l'ordine costituzionale della Macedonia del Nord è stato ripristinato. Qualsiasi tentativo di relativizzarlo o annullarlo non è una questione interna, ma un attacco all'architettura della stabilità balcanica. Se questo accordo dovesse sgretolarsi, le conseguenze non si limiterebbero a Skopje: si estenderebbero come un effetto domino a tutta la regione, con il rischio che confini, identità e sovranità vengano nuovamente contestati con il linguaggio della violenza.

Questo monito è preventivo e strategico: solo un'unità unificante dei soggetti albanesi, stabile, coerente e visionaria, può neutralizzare queste tendenze e impedire la realizzazione dei progetti annunciati. Solo attraverso questa unità si possono proteggere la stabilità, la pace e l'equilibrio politico della regione, garantire la sovranità e i diritti collettivi della comunità albanese, vanificando qualsiasi tentativo esterno di frammentazione e destabilizzazione. Questo è un segnale preventivo per coloro che credono che divisioni e discordia possano produrre controllo, perché la storia ha dimostrato che solo l'unità strategica albanese è quella che determina l'equilibrio della pace e limita qualsiasi progetto che metta a repentaglio l'architettura politica della regione.

Il punto in comune di questi tre punti di tensione è chiaro: sono in gioco l'ordine costituzionale e gli accordi internazionali che hanno costruito la pace. Se uno di questi pilastri crolla – Dayton in Bosnia, la sovranità del Kosovo o l'Accordo di Ohrid – crollerà l'intero ponte su cui poggia la pace nei Balcani. E una volta crollato, crollerà non solo per un Paese, ma per l'intera regione.

Non si tratta quindi di un mero appello accademico, ma di un appello urgente ad un'azione preventiva e coordinata. Non si deve permettere che i Balcani tornino a essere un focolaio di crisi, assorbendo le energie della diplomazia internazionale e consumando il sangue della sua popolazione. Proteggere l'Accordo di Ohrid, preservare l'ordine costituzionale del Kosovo e garantire l'integrità della Bosnia non sono questioni locali, ma interessi strategici dell'ordine europeo e internazionale. Se queste fondamenta dovessero crollare, l'Europa si troverebbe ad affrontare non solo una crisi regionale, ma una nuova piaga della geopolitica globale, in cui le forze della destabilizzazione avrebbero guadagnato terreno sulla pace.

I Balcani oggi sono come un ponte su un abisso, sostenuto da tre pilastri: Dayton, l'ordine costituzionale del Kosovo e l'accordo di Ohrid. Se uno di questi si rompe, il ponte crolla, e con esso l'architettura della pace. Questo è l'ultimo momento per scegliere tra l'indifferenza che porta tragedia e l'azione che protegge la stabilità. La storia non perdona chi non impara: l'ombra degli anni Novanta bussa di nuovo alle nostre porte. E questa volta, la risposta non può essere né ritardata né tiepida. Il fattore internazionale deve comprendere che qualsiasi tolleranza verso una retorica destabilizzante è un investimento nella crisi, mentre il fattore albanese deve leggere questo momento come il compito storico dell'unità strategica. Senza questa unità, qualsiasi architettura di pace rimarrà fragile; con questa unità, qualsiasi progetto esterno di destabilizzazione è destinato a fallire.

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