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Rajoni dhe Bota30 Dhjetor 2025, 09:20

Cinque punti caldi che potrebbero causare la terza guerra mondiale nel 2026

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Cinque punti caldi che potrebbero causare la terza guerra mondiale nel 2026
Foto illustrativa

Ancora più preoccupante, allo stesso modo, è il fenomeno descritto come "scatola nera": il pericolo invisibile che viene ignorato finché non è troppo tardi. A livello di guerra, questo si traduce in nuove forme di armi biologiche e chimiche.

Dai Paesi Baltici al Medio Oriente, dal Sud America a Taiwan, cinque punti caldi geopolitici sembrano particolarmente vulnerabili a una pericolosa escalation nel prossimo periodo. Un'analisi di The Independent evidenzia che un incidente accidentale o premeditato in una qualsiasi di queste aree potrebbe portare a un conflitto regionale o persino a un più ampio confronto internazionale, mentre si aggiungono nuovi rischi meno evidenti, come attacchi informatici e forme avanzate di armi biologiche e chimiche.

L'analisi chiarisce che non è all'orizzonte una guerra in Europa o altrove "delle dimensioni" descritte dal Segretario generale della NATO Mark Rutte, vale a dire "come quella dei nostri padri e nonni".

Qualunque cosa accada, si sostiene, non assomiglierà alle grandi guerre del XX secolo. Tuttavia, ciò non significa che ci sarà una riduzione delle tensioni: non si prevede una diminuzione dell'intensità della violenza in Ucraina, Sudan, nell'area Ruanda-Congo e nello Yemen.

Allo stesso tempo, la situazione di stallo tra Thailandia e Cambogia rimane tesa, mentre in Myanmar i cicli di violenza civile e massacri sembrano intensificarsi, mentre la giunta militare si avvia verso le elezioni di primavera.

In questo contesto, una scintilla casuale su alcuni di questi fronti potrebbe innescare un'escalation più ampia.

Paesi baltici: il punto più sensibile per l'escalation con la Russia

L'analisi presuppone che Vladimir Putin continuerà a cercare la "vittoria assoluta" in Ucraina e che potrebbe provocare gli alleati europei della NATO e dell'UE nei "punti di pressione critici", in particolare nei Paesi baltici, nell'Atlantico settentrionale e attraverso i Balcani.

Tra gli scenari menzionati ci sono incidenti "false flag" nei pressi di Kaliningrad, nel corridoio tra Polonia e Lituania: ovvero un incidente di confine presentato come un "atto aggressivo" da parte di un alleato della NATO. Si parla anche di azioni "sovversive" nei pressi dei confini con Norvegia ed Estonia.

In mare, si prevede un aumento delle pattuglie "disturbanti" da parte dei sottomarini russi, che metteranno alla prova il nuovo concetto di sicurezza e di allerta precoce della NATO nell'Atlantico.

Parallelamente, si stima che aumenterà l'attività delle navi e dei sottomarini del servizio russo di sorveglianza/sabotaggio (GUGI), con particolare riferimento alla nave "madre" Yantar.

L'analisi aggiunge anche un fattore politico: con l'America di Donald Trump che appare più "morbida" nei confronti di Mosca e allo stesso tempo si scontra con gli alleati europei, il Cremlino potrebbe essere tentato di agire prima che il braccio europeo della NATO abbia il tempo di "attuare" i suoi piani di riarmo.

Una grave frattura tra Stati Uniti e Danimarca viene addirittura menzionata come possibile "finestra di opportunità", nel caso della Groenlandia.

Sud America: il pericolo del Venezuela e del petrolio

La seconda area ad alto rischio per gli Stati Uniti è il continente americano stesso. Nel contesto di una nuova strategia per "riconquistare l'egemonia", si riferisce al ripristino della dottrina avviata con il presidente Monroe (1823).

Il punto focale è il Venezuela e la prospettiva di un coinvolgimento americano. L'analisi avverte che un intervento potrebbe ripetere errori simili a quelli dell'invasione dell'Iraq del 2003: dal momento in cui si "rompe" qualcosa, si "prende il controllo", con la necessità di ricostruire i meccanismi di sicurezza e la pubblica amministrazione, altrimenti aumenta la possibilità di un conflitto civile pluriennale.

Una mossa del genere, si nota, accelererebbe l'instabilità nella regione, dall'Ecuador alla Colombia e alla Guyana. "Sotto" la retorica, il fattore critico è descritto come il petrolio e l'ambizione degli Stati Uniti di dominare come potenza petrolifera globale, qualcosa che si prevede infastidirà i principali attori dell'OPEC, così come la Cina, che ha interessi in Sud America.

Medio Oriente – Sudan – Corno d’Africa: uno “stoppino” che continua a bruciare

La terza zona di pericolo è un'ampia area che va dal Kurdistan alla Penisola Arabica, e da lì al Sudan e alla Somalia. Gaza rimane un punto caldo, così come lo Yemen e il Sudan.

Una menzione speciale viene fatta ai "rappresentanti" dei due potenti paesi del Golfo, l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, che sarebbero in aperto conflitto nello Yemen del Sud e in Sudan.

Allo stesso tempo, l'Iran viene descritto come un regime instabile che può scegliere il momento giusto per attaccare, direttamente contro Israele o attraverso una rete di alleati/gruppi armati in Siria, Darfur e oltre.

Per quanto riguarda il Sudan, si nota che non c'è alcun senso di sicurezza, ma c'è una "grande quantità di armi". E nella regione di confine tra Ruanda e Repubblica Democratica del Congo, la battaglia per i minerali (terre rare e cadmio, come riportato) sta acquisendo un peso strategico, con la competizione tra reti legate alla Cina, rami russi legati all'ex Wagner e gruppi della criminalità organizzata.

India - Pakistan: Kashmir, Afghanistan e un attrito più ampio con la Cina

Nell'Asia meridionale e sudorientale, l'analisi rileva che il confronto tra India e Pakistan resta attivo per quanto riguarda il Kashmir e l'Afghanistan, mentre l'India ha anche un fronte aperto con la Cina sul suo confine montuoso.

Thailandia e Cambogia non sono considerate in "pace completa", anche se si stima che sia improbabile che la crisi in quei paesi si estenda.

Taiwan: lo scenario che potrebbe diventare un problema globale

La quinta e forse più critica minaccia è considerata la Cina. La leadership di Xi Jinping è descritta come un "misuratore" di ambiguità strategica e, secondo l'analisi, entro il 2026 il presidente degli Stati Uniti potrebbe essere troppo impegnato con Venezuela, Ucraina, Gaza e affari interni per reagire in tempo se Pechino dovesse tentare un'azione decisiva contro Taiwan, apertamente o segretamente.

Si stima che un'iniziativa fallita a Taiwan provocherebbe una forte reazione da parte dei principali attori della regione: India, Giappone, Australia e Stati Uniti e, nel "peggior scenario possibile", aprirebbe la strada a un vero e proprio scontro globale.

Attacchi "invisibili": cyberspazio, disinformazione e la nuova minaccia

L'analisi evidenzia che i rischi non sono solo geografici o "tradizionali". Esistono anche mezzi di attacco meno ovvi: attacchi informatici, operazioni informatiche e influenza.

Un esempio è il costo di un attacco informatico alla Jaguar Land Rover, attribuito a un "rappresentante" russo: 1,5 miliardi di sterline di danni per l'azienda e 5 miliardi di sterline per l'economia nazionale.

Ancora più preoccupante è il fenomeno descritto come "buco nero": il pericolo invisibile che viene ignorato finché non è troppo tardi.

A livello bellico, ciò si traduce in nuove forme di armi biologiche e chimiche, più letali e difficili da individuare rispetto al passato, quando sostanze come la ricina, il sarin, il polonio e il novichok venivano utilizzate come strumenti terroristici.

Nelle mani di attori non statali, fanatici o membri di sette, la minaccia è descritta come potenzialmente la più grande di tutte.

In breve, il quadro che viene dipinto non è una "profezia" di ciò che accadrà, ma un elenco di luoghi in cui il mondo sembra più "infiammabile".

E in un simile scenario, anche un piccolo errore, un malinteso o una provocazione pianificata possono bastare a cambiare la società.

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