
Da Victor Orban a Edi Rama: il modello di "democrazia distorta" si sta diffondendo nell'Europa sudorientale?
L'Europa si trova ad affrontare un fenomeno che non è più una periferia ideologica, ma un centro di dibattito: il modello politico costruito da Viktor Orbán in Ungheria. Un modello che lui stesso ha definito "democrazia illiberale"; una formula che, in sostanza, preserva le elezioni come meccanismo di legittimità, ma indebolisce gli equilibri istituzionali, l'indipendenza dei media e il controllo sul potere.
Recenti editoriali su prestigiosi media europei parlano di una deformazione della democrazia, una graduale distorsione del modello liberale europeo che sta sostituendo l'equilibrio istituzionale con la concentrazione del potere. Il termine non è un'esagerazione. Quando l'esecutivo consolida il controllo sulla magistratura, quando i media pubblici diventano la voce del governo e quando la retorica nazionale diventa uno strumento per delegittimare l'avversario, abbiamo a che fare con una graduale deformazione del modello liberale europeo.
Orbán non è più un'eccezione folkloristica sulla scena europea. È diventato un punto di riferimento per una parte della destra continentale che vede nella sovranità, nelle restrizioni all'immigrazione e nella centralizzazione del processo decisionale un'alternativa al liberalismo tradizionale.
La sua posizione ambivalente nei confronti della Russia e lo scetticismo sulle sanzioni contro Mosca in seguito alla sua aggressione in Ucraina hanno spesso messo Budapest in contrasto con Bruxelles. Ma hanno anche accresciuto la sua immagine come una figura "controcorrente".
La questione essenziale non è se Orbán abbia ragione o torto su alcune politiche specifiche.
La domanda è: cosa succede alla democrazia quando il modello del "leader forte" diventa un'aspirazione regionale?
Quando il controllo istituzionale è visto come un ostacolo anziché come una garanzia?
Se il modello costruito da Viktor Orbán in Ungheria rappresenta una deformazione della democrazia liberale all'interno dell'Unione Europea, la domanda che si pone per la nostra regione è più delicata: elementi simili stanno emergendo nei Paesi aspiranti? Le ripetute critiche dei media e delle organizzazioni internazionali hanno sottolineato che il governo di Edi Rama è caratterizzato da una forte concentrazione del processo decisionale nell'esecutivo, dal predominio della narrazione pubblica e da continue tensioni con le istituzioni indipendenti. Sebbene l'Albania rimanga formalmente impegnata nel percorso euro-atlantico, la percezione di un controllo politico ampliato sull'amministrazione e sui media alimenta il dibattito sull'eventuale adozione da parte di Tirana di elementi del modello "leader-centrico" che Orbán ha istituzionalizzato a Budapest. La differenza essenziale risiede nel fatto che l'Ungheria è all'interno dell'UE e affronta sfide interne, mentre l'Albania è ancora in fase di integrazione; ma in entrambi i casi il dilemma è lo stesso: lo Stato si rafforza indebolendo gli equilibri, o la democrazia si indebolisce in nome della stabilità?
In questo clima, il dibattito sulla "democrazia illiberale" non è filosofico. È geopolitico. Un'Unione Europea frammentata politicamente e ideologicamente è meno in grado di far fronte alle pressioni provenienti dall'Est, alle sfide energetiche o alla concorrenza globale. E quando l'unità viene sostituita da veti interni, la politica estera comune si indebolisce.
L'urbanistica è sintomo di una crisi più ampia: stanchezza nei confronti delle élite tradizionali, paura della globalizzazione, insicurezza economica. Ma la soluzione non può essere quella di ridurre la libertà in nome dell'ordine. La storia europea ha dimostrato che quando la democrazia inizia a "torcersi", raramente torna intatta.
Per l'Albania, l'orientamento euro-atlantico rimane una bussola strategica. Ma l'integrazione nell'UE non deve essere vista solo come un progetto economico. È soprattutto un progetto istituzionale. Se l'Europa cambia natura, anche il nostro progetto europeo assumerà una forma diversa.
In definitiva, la battaglia non è tra sinistra e destra. È tra una democrazia liberale con pesi e contrappesi e un modello in cui la maggioranza si trasforma in un potere pressoché illimitato. E questo è un dilemma che definirà il prossimo decennio europeo./ Opuscolo
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