
Chi vincerà la pace a Gaza e chi è a rischio a causa di questo accordo?
Donald Trump ha annunciato pubblicamente la prima fase di un accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas, presentandosi come l'artefice di una "pace storica" a Gaza.
Il suo piano in 20 punti, che include il rilascio dei prigionieri, il ritiro delle truppe israeliane e l'istituzione di un'amministrazione internazionale per Gaza, è apparso con clamore politico e promesse di stabilità. Ma dietro questa facciata si nasconde una realtà complessa, ambigua e tesa che potrebbe trasformare questa "pace" in un temporaneo ripiego prima della prossima eruzione.
In primo luogo, l'accordo è gravato da profonde incertezze che gettano seri dubbi sulla sua attuazione pratica. Finora, non si sa dove verrà stabilita la linea di ritiro delle truppe israeliane, chi eserciterà l'autorità nella Gaza del dopoguerra o come verrà garantita la sicurezza della popolazione civile. Hamas si è rifiutata di disarmare, mentre Israele considera questa una condizione fondamentale per fermare le operazioni militari. Questo antagonismo fondamentale rimane irrisolto, ponendo l'intero accordo su una base fragile.
D'altro canto, Trump cerca di presentarsi come il "risolutore di impossibili". Presenta questo accordo come una prova della sua capacità globale, nel tentativo di rilanciare il suo profilo internazionale. Tuttavia, tali interventi personali, non supportati da un processo internazionale inclusivo, dipendono pericolosamente dalla volontà unilaterale e potrebbero produrre più propaganda che una pace duratura.
Dal punto di vista umanitario, l'accordo offre un barlume di speranza per porre fine alle enormi sofferenze a Gaza, dove centinaia di migliaia di civili sono rimasti senza casa, senza acqua e senza elettricità. Ma questa speranza non può essere mantenuta viva senza un solido meccanismo di attuazione, monitoraggio e sanzione delle parti che non rispettano l'accordo. In passato, la mancanza di un simile meccanismo ha portato a un rapido ritorno al conflitto.
Il nuovo accordo proposto non contiene elementi attuativi dettagliati, non include garanzie giuridiche internazionali e non specifica il ruolo di istituzioni come le Nazioni Unite nell'amministrazione post-conflitto. Trump propone invece un "Consiglio per la Pace" da lui stesso guidato, sollevando seri dubbi sulla legittimità e l'equa rappresentanza delle parti in questa struttura.
A livello regionale e globale, questo accordo ha un impatto diretto sulle alleanze di piccoli Paesi come l'Albania, che tradizionalmente segue la linea americana nei consessi internazionali. Se l'accordo fallisse, l'Albania e altri Paesi della regione potrebbero dover affrontare nuove pressioni diplomatiche per rivedere le proprie posizioni, soprattutto di fronte al mondo arabo, che esige maggiore equilibrio nell'affrontare la questione palestinese.
Alla fine, il dilemma rimane: si tratta di un accordo di pace o di una piattaforma di Donald Trump? La storia ci ha insegnato che gli accordi basati sul protagonismo personale e sulla mancanza di trasparenza raramente hanno portato a soluzioni durature in Medio Oriente. Senza una vera architettura di attuazione e un sincero coinvolgimento internazionale, questa "pace" potrebbe essere semplicemente una pausa per le telecamere e un silenzioso avvertimento dell'inevitabile prossimo scontro. / Opuscolo
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