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Forum24 Korrik 2025, 18:08

In nome del popolo: perché costruiamo prigioni e non libertà?

Shkruar nga Dijana Toska

In nome del popolo: perché costruiamo prigioni e non libertà?

Una profonda riflessione sulla tragica trasformazione della libertà in prigione, dalla dittatura con le catene alla democrazia con gli applausi e il silenzio di un popolo che accetta l'autocondanna...

Dopo la guerra in Kosovo, abbiamo invitato i prigionieri di Dubrava come ospiti in un programma televisivo. Erano testimonianze sconvolgenti, storie vivide di sofferenza e tragedia che gravavano sull'anima di un popolo innocente, un tempo condannato in nome del popolo da un sistema che aveva criminalizzato l'innocenza stessa.

Oggi, in una democrazia votata con elezioni "libere", noi stessi eleggiamo leader e procuratori corrotti, che con le loro politiche e la loro giustizia condannano chi rimane in silenzio e ne imprigionano la speranza. Un tempo, durante la dittatura, era richiesta un'ammissione di colpa come prova della moralità del sistema. Oggi, per l'ingiustizia è richiesto l'applauso, un atto che si trasforma in un rito cerimoniale di uno Stato che si autoelegge per condannare se stesso.

Dalle prigioni con le catene, siamo passati alle prigioni con gli applausi. Dalla dittatura con i muri, alla democrazia con l'inganno. E così, si costruiscono nuove prigioni, prima con i mattoni, poi con le promesse. La vita continua condannata, mentre la gente non si chiede più: c'è salvezza nell'innocenza negata o nel silenzio indurito?

Un tempo, un libro proibito, una parola scritta, un pensiero libero venivano dichiarati reato. Oggi votiamo per deputati con falsi dottorati che non hanno mai letto un libro, e lo facciamo come prova della nostra obbedienza a un governo che non onora la conoscenza, ma la imprigiona affinché non la incontriamo mai.

Un tempo, parlavamo albanese in prigione per mantenere viva la lingua. Oggi, siamo orgogliosi di parlare lingue straniere che altri ci impongono, per dimenticare chi siamo. Un tempo, la religione era proibita e pregavamo in silenzio, a casa, con la paura che qualche spia potesse sentire la voce rivolta a Dio. Oggi, abbiamo portato Dio in piazza, ma l'abbiamo trasformato in paura, non in amore.

A casa nostra, un tempo la bandiera veniva issata in segreto, con lacrime e orgoglio. Oggi, l'aquila bicipite è diventata una decorazione per i selfie e un mercato depravato di turismo e banalità. Da simbolo di sangue, è diventata un emblema spogliato del sacrificio.

Un tempo, l'UDB ci imprigionava in nome del nazionalismo; oggi, le nomine dei leader albanesi vengono di nuovo decise da dossier segreti, in nome della "coesistenza". L'ex presidente Stevo Pendarovski ci ha pubblicamente dimostrato che abbiamo votato per leader che hanno rinunciato ai diritti nazionali di potere e ricchezza: in nome del popolo.

Questa non è libertà. È una prigione spirituale. Sono le nuove catene di una democrazia che non ha più dignità e che si vende per una promessa vuota. Un sistema che, attraverso la giustizia, i media e la politica, vede la libertà come un pericolo e la consapevolezza come una minaccia.

Stiamo costruendo l'identità di una nazione traumatizzata, che si nasconde dietro ferite e silenzio. Una nazione che, per sopravvivere, sceglie di non vivere. Un popolo che non osa dire "basta".

Un tempo, l'UDB, dopo aver torturato un prigioniero, invitava il medico legale a verificare per quanto tempo il corpo umano potesse sopravvivere sotto il colpo dello Stato. Oggi, questo colpo non viene più dallo Stato, ma da una coscienza morta che ha colpito se stessa.

Se vogliamo essere liberi, non basta votare. Dobbiamo osare chiederci: per cosa abbiamo votato? Osare curare le nostre ferite e la nostra storia. Ritornare all'educazione, alla cittadinanza, alla consapevolezza, per non rimanere testimoni della nostra autocondanna collettiva.

E un giorno, con voce chiara, chiediamo a queste persone:

Che bene ci hanno portato le prigioni che tanto amiamo?/ Opuscolo

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