Due figure di destra che usano l'immigrazione: una con l'Albania, l'altra con la Brexit!
A Londra, il Britannia International Hotel, un tempo popolare ritrovo di uomini d'affari e turisti, è stato trasformato in un rifugio per richiedenti asilo. Il suo aspetto tetro, con tende tirate e ingressi bloccati da barriere metalliche, ha portato molti a paragonarlo a un hotel dell'Europa orientale dell'era comunista. L'ironia è evidente, ma il Ministero dell'Interno britannico non sembra essersene accorto.
In Italia, Giorgia Meloni non farebbe mai una cosa del genere. Per lei, i richiedenti asilo dovrebbero essere tenuti "lontani dalla vista e dalla mente" del pubblico. Per questo motivo, ha creato un centro di detenzione per immigrati in Albania, un progetto che sta fallendo, dopo l'opposizione della magistratura italiana, ma la maggior parte degli elettori non sembra preoccuparsi di questo dettaglio.
Meloni, leader di Fratelli d'Italia, partito erede del movimento neofascista MSI, ha guidato il partito dal 4% del 2018 al 26% nelle elezioni del 2022, diventando una delle figure più forti della destra populista in Europa. Sebbene un tempo euroscettica e contraria alle sanzioni contro la Russia, come primo ministro si è affermata come un'alleata affidabile dell'UE e dell'Ucraina, tranne che su una questione: l'immigrazione.
In questo senso, la sua posizione è molto vicina a quella di Nigel Farage, fondatore del movimento Reform UK e simbolo della Brexit. Entrambi usano un linguaggio duro contro gli immigrati per mobilitare la propria base elettorale. Ma la differenza è evidente: lei è al potere e lui no.
Farage continua a vendere la Brexit con i vecchi slogan del "prendere il controllo", nonostante le promesse del passato siano fallite. I suoi sostenitori, tra delusione e nostalgia, credono che "la prossima volta sarà diverso". Non ha bisogno di politiche concrete, solo di sentimenti di rabbia che siano ben accetti dall'opinione pubblica.
Meloni, invece, deve produrre risultati concreti. L'Italia è in prima linea sul fronte dell'immigrazione dal Mediterraneo; i barconi arrivano ogni giorno, i centri di detenzione si riempiono. Deve fare i conti con accordi con Tunisia e Libia, con bilanci e leggi, mantenendo viva la retorica anti-immigrazione per non perdere elettori.
Allo stesso tempo, il suo governo ha annunciato che consentirà a mezzo milione di lavoratori stranieri con visti temporanei tra il 2026 e il 2028 di colmare la carenza di manodopera. Meloni si muove quindi su un sottile confine tra populismo e pragmatismo, criticando gli immigrati e dimostrando al contempo di dipendere da loro.
Oggi gli italiani parlano di "due Meloni":
Uno, un leader moderno che incontra i leader mondiali e parla di "cooperazione europea";
l'altro, un politico focoso che parla agli elettori di "protezione delle frontiere" e "identità nazionale".
Nigel Farage, d'altra parte, rimane immutato, un politico che cerca il confronto, non le soluzioni. Vive di retorica della paura e di immagini provocatorie, come le famigerate file di manifesti di immigrati durante la campagna per la Brexit.
Meloni cerca di trasformare gli slogan in politiche concrete, a volte irrealistiche ma comunque praticabili. Farage, che non è un "mercante di rabbia", usa l'immigrazione solo come arma politica.
Se un giorno Farage dovesse arrivare al potere, dovrebbe "melonizzare" se stesso: imparare a camminare sul sottile confine tra realtà e populismo. Ma per ora, lei è l'acrobata che si mantiene in equilibrio, mentre lui è il lanciatore di coltelli che cerca lo spettacolo. / Tratto da "The Economist"
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