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Trump e la reinvenzione del mondo!

Shkruar nga Ezio Mauro
Trump e la reinvenzione del mondo!
Summit del Peace Board a Washington, 19 febbraio 2026

La cittadella del nuovo regno del caos è già stata eretta. Si tratta del Peace Board istituito dal presidente americano...

Tra le rovine del vecchio ordine mondiale, mentre la Corte Suprema ricorda all'America che la consapevolezza dei limiti posti dalla legge esiste ancora, è già sorta la cittadella del nuovo regno del caos, che naturalmente porta il nome del detentore del potere egemone del disordine, Donald Trump. È il Consiglio di Pace istituito dal presidente americano, che ha riunito attorno a sé i leader di 20 Paesi, escluse Cina e Russia, più altri "osservatori" come l'Italia, per discutere della ricostruzione di Gaza, per annunciare al mondo che grazie alla forza di questa nuova istituzione le guerre finiranno e per preparare gli eventi affinché il vincitore del Premio Nobel per la Pace possa finalmente essere consegnato al capo della Casa Bianca, che ormai lo esige in ogni discorso non come un premio, ma come un dovere.

Un mix di affari, amicizia, complimenti e autocelebrazione, con il settore immobiliare che domina e assorbe il concetto di pace, e la FIFA, l'organismo di governo mondiale del calcio, annoverata tra le principali potenze politiche e diplomatiche incaricate di liberare il futuro dall'incubo del conflitto. Ma dietro la foto di gruppo, i sorrisi e le promesse, "Il Consiglio per la Pace sarà qualcosa che il mondo non ha mai visto prima", si nasconde qualcosa di estraneo alla storia e invisibile alla cronaca, qualcosa che sarebbe un errore sottovalutare: Trump sta catturando l'immaginario politico universale, con una vera e propria ricostruzione del mondo.

L'immagine che meglio riassume e spiega l'enfasi posta sul Peace Board, infatti, è quella del presidente americano che costruisce un'ONU interna, pronta a servire i suoi scopi, al di fuori delle procedure, dei ruoli e dei limiti dell'organizzazione delle Nazioni Unite.

Si tratta di un subappalto della pace, se si deve credere agli annunci di Trump, di una privatizzazione della diplomazia, di un'autorizzazione a gestire il corso della storia contemporanea nell'interesse di un mondo fatto di ex amici, sudditi e spettatori. Ma questa operazione, in parte cartapesta e in parte supremazia, è realizzabile proprio perché il presidente occupa personalmente il centro dell'irradiazione politica moderna, il luogo in cui nasce la narrazione che ormai accompagna quotidianamente la realtà, la supera, la oscura e la sostituisce.

Sebbene sia difficile dire, visti i risultati, che la fabbrica del nuovo oggi sia a destra, impegnata instancabilmente a tradurre l'ideologia neoreazionaria del trumpismo non tanto in misure concrete quanto in immagini emblematiche, figure simboliche e narrazioni evocative, bloccando così l'immaginario politico e dominandolo con una produzione esagerata di sensazioni, emozioni e suggestioni, non è importante che i cittadini pensino; ciò che conta è che sentano, percepiscano e partecipino all'impulso emotivo con cui il nuovo mondo prende le distanze dal vecchio, fatto di regole fredde e ormai obsolete.

È un "nuovo", disorganizzato, dominante, caotico, persino sovversivo, eppure confusamente turbolento, ardente e rivoluzionario. Un flusso continuo di situazionismo, che produce un tumulto permanente in ciò che resta dell'opinione pubblica, gonfiando, disturbando e accendendo la logica sana.

La sinistra segue, corregge, denuncia e critica, ammortizza e contrasta, ma inevitabilmente cerca di recuperare terreno, a rischio di apparire conservatrice dell'ordine esistente, in un'inversione di ruoli e di ruoli. La destra non si preoccupa quasi della traduzione concreta di questi impulsi rivoluzionari; l'annuncio è sufficiente a garantire che la tensione verso il malcontento continui. Lo sviluppo, il processo e il risultato non contano, perché tutto si riassume e si concentra nel momento iniziale dell'annuncio: a destra, il "nuovo" non è riforma, è rottura, destini diversi, rifiuto del passato ed evocazione del futuro.

Lungo questo percorso, quasi naturalmente, la politica diventa performance, l'atto politico si traduce in gesto, l'immagine conta più del suo significato. Con tutti gli abbellimenti e gli echi che questa ideologia dell'azione cruda porta con sé, come se li avesse presi dal Manifesto di Marinetti: l'aggressività permanente, la presenza costante del pericolo, l'incoscienza, la ribellione, i salti mortali, l'energia che sostiene e giustifica ogni correzione, ogni ripensamento, ogni cambio di direzione.

È come se la parte decisiva del gioco politico odierno si giocasse in una dimensione parallela, dove è in gioco l'egemonia dell'immaginazione e il dominio simbolico precede e garantisce la conquista materiale. In breve: per governare il mondo reale, bisogna prima ricrearlo, reinventarlo fino a renderlo desiderabile per i cittadini, e poi comandarlo. Il potere riscopre così l'eterna tentazione della semplificazione autoritaria: è inutile imporsi sulla realtà, quando è possibile cambiare la percezione di ciò che è possibile nella narrazione.

Ed è chiaro, a questo punto, perché il Peace Board rappresenti una svolta decisiva: non è semplicemente un teatro in cui il presidente americano è contemporaneamente autore, regista e protagonista, ma è un dispositivo narrativo che diventa automaticamente politico, trasportando questa legittimità abusiva costruita nella sfera della narrazione alla dimensione concreta, quotidiana, fino a fare del nuovo organismo il controllore e il giudice supremo dell'ONU.

Mentre la politica diventa propaganda e, invece di vivere nel mondo, preferisce rifugiarsi nella sua rappresentazione, la distinzione tra reale e immaginario, tra verità e possibile, tra disgregazione e cambiamento, svanisce. È proprio questo territorio, senza confini e confini, ad aver attratto i paladini della tecno-innovazione alla corte di Trump: qui avviene la redistribuzione di quote di potere, ma soprattutto qui avviene la trasformazione definitiva della tecnologia in ideologia. Tecnologia e politica si fondono, rafforzandosi a vicenda. Qui, gli imprenditori dell'innovazione che ha trasformato le nostre vite possono realizzare la suprema tentazione faustiana, partecipando alla creazione della nuova forma politica che sostituirà la democrazia.

La risposta non può che essere quella di ripristinare un senso di scopo per il cambiamento, una capacità di liberazione per l'innovazione, un obiettivo emancipativo per il nuovo che produciamo e un senso di responsabilità per la fabbrica di domani. Ciò richiede di restituire alla politica la capacità di distinguere e ai cittadini la capacità di scegliere tra il fascino del nuovo e la promessa del progresso. / Tratto da "Pamphlet" di "La Repubblica"

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