
Il silenzio non è neutralità; è un invito alla censura...
La libertà dei giornalisti viene distrutta con metodi sempre più sofisticati, spesso mascherati dal manto della "legalità". Da Gaza, dove giornalisti come Anas al-Sharif e i suoi colleghi sono stati uccisi in bombardamenti diretti, ai Balcani dove politici e oligarchi hanno trasformato i media in uno strumento dei propri interessi, la situazione globale è al suo punto più critico degli ultimi decenni.
Secondo il World Press Freedom Index 2025, oltre la metà della popolazione mondiale vive in Paesi in cui i media si trovano nella "zona rossa", ovvero sottoposti a censura, pressioni finanziarie o violenza fisica.
Nella regione, l'Albania è tra i paesi con gravi problemi: potenti gruppi mediatici, come quelli legati agli imprenditori attraverso stretti rapporti con il governo di Edi Rama, beneficiano di pubblicità pubblica e privilegi economici in cambio del silenzio o della promozione dei programmi del governo.
I giornalisti critici rischiano di subire azioni legali di tipo SLAPP, minacce aperte e la rimozione del materiale dalle piattaforme online con ordini taciti.
In Kosovo, i resoconti che toccano casi di corruzione ad alto livello vengono spesso etichettati dai politici come "propaganda nemica" o "disinformazione serba", creando un clima di paura per i media critici. In Macedonia del Nord, la proprietà dei media è concentrata in poche mani, spesso legate ai governi DUI e SDSM, mentre è continua la pressione sui giornalisti che indagano su questioni infrastrutturali.
La Serbia resta l'esempio più estremo nella regione: Aleksandar Vučić ha trasformato le principali emittenti televisive nazionali in megafoni di propaganda, mentre giornalisti indipendenti come quelli di "KRIK" e "BIRN" sono stati presi di mira con inchieste inventate e attacchi mediatici da parte di organi di stampa filogovernativi.
La minaccia non proviene solo dallo Stato; la criminalità organizzata è diventata un attore diretto nel ricattare i giornalisti, come nel caso del Montenegro, dove i giornalisti di Vijesti e Dan sono stati minacciati da gruppi legati al traffico di droga.
Tutto questo accade in un momento in cui i social media sono diventati uno strumento di linciaggio, soprattutto contro le giornaliste, dove campagne orchestrate diffondono incitamento all'odio e minacce di morte, spesso senza alcuna reazione da parte del sistema giudiziario. Senza media liberi, i cittadini perdono il loro unico mezzo di controllo del potere.
Nei Balcani, questo avviene silenziosamente e con l'aiuto di un pubblico abituato a ricevere informazioni solo da fonti segrete. Oggi, il silenzio non è neutralità, è collaborazione con la censura. E se questa tendenza non verrà fermata, molto presto la libertà di parola nella regione sarà un lontano ricordo, veicolato solo negli archivi della storia e delle corti internazionali./ Opuscolo
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