La propaganda nazionalista proveniente da ambienti vicini al potere a Belgrado ripropone la pericolosa retorica della dissoluzione dell'ex Jugoslavia, prendendo di mira il Montenegro e allarmando nuovamente i Balcani per il ritorno delle politiche destabilizzanti degli anni '90...
I Balcani stanno entrando nuovamente in una pericolosa fase di tensione politica e identitaria, non a causa di un conflitto spontaneo tra i popoli, ma per il ritorno di un linguaggio politico che il continente europeo credeva di aver seppellito con le sanguinose guerre degli anni '90. Il documentario di propaganda prodotto da organizzazioni vicine al governo di Belgrado, che mette in discussione l'indipendenza del Montenegro e articola messaggi minacciosi come "torneremo", non è un semplice prodotto mediatico marginale. È un segnale politico. Un messaggio in codice per la regione. La prova che la Serbia di Aleksandar Vučić non ha rinunciato all'idea di dominio strategico nei Balcani occidentali.
In apparenza, Belgrado cerca di mantenere la facciata di uno Stato che negozia con l'Unione Europea, parla di stabilità regionale e promuove l'integrazione economica. Ma dietro questa facciata diplomatica, continua a sopravvivere un apparato ideologico che si nutre di vendetta storica, nazionalismo emotivo e propaganda identitaria. Il documentario trasmesso dalle televisioni serba e montenegrina non mira solo a relativizzare il referendum del 2006 in Montenegro; tenta di delegittimare l'esistenza politica stessa dello Stato montenegrino. E questo è estremamente pericoloso.
Nella regione dei Balcani, la storia ha dimostrato che le crisi non iniziano con i carri armati, ma con la narrazione. Iniziano con i film di propaganda, con la vittimizzazione collettiva, con le rivendicazioni storiche, con gli slogan nazionalisti e con la diffusione dell'idea che i confini attuali siano temporanei.
È proprio così che è iniziata la violenta disintegrazione dell'ex Jugoslavia. Prima è arrivata la propaganda. Parla di odio. Parla di conflitto.
Oggi, la Serbia ufficiale cerca di presentarsi come un fattore di stabilità, ma allo stesso tempo tollera e in molti casi incoraggia strutture propagandistiche che creano tensioni con i paesi vicini. Questa è la doppia strategia di Aleksandar Vučić: davanti a Bruxelles parla di pace, mentre per il consumo interno permette il ritorno dei miti della "Serbia perduta", del "mondo serbo" e delle ingiustizie storiche subite dalla nazione serba. È un gioco pericoloso che assomiglia sempre più al modello russo di utilizzo della propaganda culturale come strumento di pressione geopolitica.
The message “we will return again” is not an artistic metaphor. It is political language with a clear territorial and identity charge. In a region where the wounds of Srebrenica, Kosovo and ethnic wars have not yet healed, such statements cannot be relativized as patriotic rhetoric. They produce fear, destabilize interethnic relations and feed extremist groups that continue to dream of the return of failed hegemonic projects.
Montenegro is today the most sensitive target of this strategy, because it represents a state that has clearly chosen a Euro-Atlantic orientation, NATO membership and gradual distancing from Serbian-Russian influence. The attack on Montenegrin identity is not just a cultural conflict; it is an attempt to weaken a state that is considered lost from Belgrade's traditional orbit. It is precisely for this reason that propaganda against Podgorica is intensifying at a time when Montenegro is getting closer to the European Union.
But the problem is not limited to Montenegro. What is happening is part of a broader regional picture. In Bosnia, Milorad Dodik continues to threaten the institutional integrity of the state. In Kosovo, Serbia continues its diplomatic campaign for de-recognition and uses tensions in the north as an instrument of pressure. In Montenegro, identity propaganda is used. All of these are not isolated episodes. They are part of a coordinated strategy to maintain Serbian influence in the Balkans through permanent destabilization.
In this context, the silence of the European Union becomes increasingly problematic. Brussels continues to invest in the idea that Vučić is the “guarantee of stability”, while the reality on the ground shows the opposite. Stability is not built by tolerating aggressive nationalism, nor by turning a blind eye to propaganda that challenges the sovereignty of neighboring states. European history has shown that flirting with nationalist autocrats can produce catastrophic consequences.
Aleksandar Vučić is trying to play the role of a pragmatic leader on the international stage, but the shadow of the politics of the 1990s continues to haunt Serbia. Whenever the economy weakens, whenever social discontent or international pressure increases, nationalism returns as an instrument of political mobilization. It is the classic formula of populist powers in the Balkans: produce an identity crisis in order to survive politically.
La regione non ha bisogno del ritorno dei fantasmi del passato. I Balcani hanno bisogno di una vera riconciliazione, del rispetto dei confini, dell'integrazione europea e della fine della propaganda etnica. Qualsiasi tentativo di riaprire ferite storiche in nome di progetti nazionalisti non è solo una minaccia per i paesi vicini alla Serbia, ma un pericolo per la pace europea stessa. Ed è proprio qui che risiede il maggiore allarme: i fantasmi degli anni '90 non ritornano per caso. Ritornano perché qualcuno a Belgrado continua a credere che la storia possa essere nuovamente usata come arma politica. / Opuscolo
Keta sllavet vetem bari i miut i gdhend. Kane zhyer me Amerike, me Europe e jane si kolera.
pritet te reagojne censurojne e bojkotojne gjeresisht organizata nderkombetare