
La Serbia di Vučić si sta dirigendo verso una disintegrazione soft e il silenzio internazionale è una forma di cooperazione con l'autocrazia...
In Serbia non ci troviamo più di fronte a una normale crisi politica o a un temporaneo fallimento istituzionale.
Ciò che sta accadendo a Belgrado è un vero e proprio collasso dell'apparato statale, deliberatamente prodotto e con un chiaro intento politico dalla stessa struttura che avrebbe dovuto garantire il funzionamento dello Stato. Il presidente Aleksandar Vučić, invece di costruire istituzioni stabili, le ha demolite una a una, trasformando la Serbia in uno "stato privato", dove le decisioni vengono prese non sulla base della legge, ma della volontà personale del leader.
L'accusa, la magistratura, i media, i servizi pubblici, sono tutti sotto il controllo di una struttura centralizzata che non riconosce alcuna separazione dei poteri né alcuna responsabilità. I procuratori indipendenti sono lasciati senza protezione, le istituzioni di controllo vengono messe a tacere, mentre la giustizia è diventata uno strumento di vendetta politica. Questo modello è l'esempio più puro di cattura dello Stato, un fenomeno che nella letteratura occidentale è definito come la fine dell'ordine democratico e l'inizio dell'autocrazia.
Questa situazione non è solo una questione interna per la Serbia. Uno Stato del genere, privo di controllo istituzionale, privo di trasparenza e con un sistema giudiziario politicamente soffocato, è una fonte aperta di instabilità per l'intera regione.
Una Serbia in balia di una cricca centralizzata è più incline a fomentare tensioni, interferire negli affari dei suoi vicini e sabotare qualsiasi iniziativa regionale volta all'integrazione e alla cooperazione euro-atlantica.
Il modello installato a Belgrado è un invito aperto ad approfondire l'influenza russa e un serio ostacolo ai processi di integrazione europea dei Balcani occidentali.
Nel frattempo, la Commissione europea e le istituzioni internazionali continuano a mostrare una tolleranza inspiegabile, ponendo la Serbia in una posizione privilegiata che non merita.
L'Albania e gli altri Paesi che hanno seguito un difficile percorso di riforme dovrebbero chiedere a gran voce l'istituzione di standard uguali per tutti. Non possono esserci due standard nei Balcani: uno per i Paesi che rispettano la legge e un altro per quelli che la violano apertamente. Il silenzio di Bruxelles non è solo irresponsabile, ma anche pericoloso. I Balcani non possono andare avanti con una Serbia sottomessa, corrotta e destinata a una crisi interna.
Questo è il momento di alzare la voce, non di rimanere in silenzio. Perché il crollo dello Stato in Serbia non è più una questione che riguarda solo i suoi cittadini, ma una minaccia reale per l'intera regione, per la pace, per la stabilità e per il futuro europeo dei Balcani./ Opuscolo
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