Se gli Stati Uniti e Israele hanno perso, non significa che l'Iran abbia vinto...
Come in tutte le guerre moderne, non è facile definire i confini tra vittoria e sconfitta nella guerra con l'Iran. In questo caso, sappiamo che c'è stata una sconfitta per gli Stati Uniti: si erano prefissati di distruggere l'Iran in pochi giorni, ma si sono ritrovati coinvolti in una guerra che rischiava di provocare una crisi economica globale, ha suscitato l'ira di mezzo mondo, ha favorito rivali storici (Russia e Cina) e non ha raggiunto nessuno degli obiettivi prefissati, né il cambio di regime né quella rivolta iraniana che solo gli stolti avrebbero potuto sognare. All'interno del mondo americano, questo rappresenta una sconfitta per il campo neoconservatore che sembrava aver preso il controllo della Casa Bianca, dal Segretario alla Guerra Pete Hegseth al Segretario di Stato Marco Rubio.
Anche Benjamin Netanyahu e gli israeliani hanno subito una sconfitta. Per Netanyahu, che ha ripetutamente pubblicato video vantandosi di poter rimodellare il Medio Oriente a suo piacimento, l'annuncio di un cessate il fuoco di due settimane ha messo in luce una realtà: la potenza militare di Israele funziona solo finché non si trova ad affrontare una seria opposizione. Bombardare il Libano o la Siria, privi di difese aeree, o la Striscia di Gaza, è facile.
Attaccare l'Iran è molto più difficile, ed è quasi un miracolo che i droni e i missili iraniani, che penetrano regolarmente sistemi come l'Iron Dome, abbiano causato un numero così basso di vittime. In altre parole: Israele si spinge fin dove lo permette il sostegno americano. Quando gli Stati Uniti dicono di fermarsi, come in questo caso, allora si ferma. E questa è una sconfitta anche per gli israeliani, perché i sondaggi mostrano che l'82% dei cittadini israeliani (il 93% tra gli ebrei) sosteneva la guerra contro l'Iran.
Ma basta questo per dire che l'Iran ha vinto? A mio parere, no. Prima di tutto, perché si tratta di un cessate il fuoco, non di una pace. Certo, l'Iran non è crollato, al contrario, ha esercitato pressione sullo Stretto di Hormuz e sui paesi limitrofi del Golfo Persico. I negoziati che inizieranno a Islamabad venerdì prenderanno spunto dai dieci punti elaborati a Teheran. Ma cosa succederà se i negoziati falliranno? E cosa dovrà cedere l'Iran per farli funzionare, visto che qualsiasi soluzione sarà necessariamente un compromesso? Inoltre, senza voler fare previsioni pessimistiche: gli Stati Uniti hanno già attaccato l'Iran due volte durante i negoziati. Può essere una coincidenza, ma il ponte aereo con i velivoli americani C-17 continua a trasportare truppe e attrezzature in Medio Oriente. Si dice spesso che non c'è due senza tre, ma aspettiamo almeno la fine del cessate il fuoco prima di essere ottimisti.
Il cessate il fuoco regge, l'accordo viene raggiunto, e poi?
Un altro aspetto da considerare: ipotizziamo che il cessate il fuoco regga, che si svolgano i negoziati e che si raggiunga un accordo. Cosa succederà dopo? Ecco alcuni punti da valutare:
Innanzitutto: chi governerà l'Iran? Finora, diverse figure di alto rango sono sopravvissute: il presidente Masoud Pezeshkian, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf. Poi c'è la guida suprema ereditaria, Mojtaba Khamenei, figlio del defunto Ali Khamenei: non si sa nemmeno se sia ancora vivo e non sembra una figura in grado di assumere la guida del Paese. I primi sono considerati parte del campo "moderato" e Ghalibaf è stato nominato capo della delegazione nei negoziati con gli Stati Uniti.
Un ruolo importante, ma anche pericoloso: se i negoziati andranno bene, ne trarrà vantaggio politico; se falliranno, la responsabilità ricadrà su di lui. Tuttavia, c'è una realtà innegabile: la "vittoria" è stata principalmente militare, dell'esercito e delle Guardie Rivoluzionarie. Sarà difficile per queste strutture non cercare una ricompensa sotto forma di incarichi e influenza. Si sa poco di queste strutture e delle loro figure più influenti, sia per le perdite subite a seguito degli attacchi americani e israeliani, sia per la segretezza che l'Iran ha saputo mantenere.
In secondo luogo: fino a che punto possiamo aspettarci riforme nel governo iraniano? Oltre alle sanzioni occidentali e alle entrate derivanti dalle esportazioni di petrolio e gas (l'80% del totale), esiste la cosiddetta "economia degli ayatollah". Il più grande conglomerato industriale, Khatam al-Anbiya, è controllato dalle Guardie Rivoluzionarie e gestisce porti, oleodotti, autostrade e opere pubbliche. Ci sono poi le fondazioni bonyad, create fin dai tempi di Khomeini, che oggi controllano ampi settori dell'economia. Queste strutture operano al di fuori del controllo governativo e beneficiano di ampie esenzioni fiscali. Questo sistema arricchisce un'élite privilegiata e fornisce sostegno al regime, rendendo difficile trasformare le proteste in rivoluzione. Senza cambiamenti a questo sistema, l'Iran rimarrà una teocrazia autoritaria e inefficiente.
Terzo: in risposta agli attacchi statunitensi e israeliani, l'Iran ha colpito diversi paesi confinanti, Arabia Saudita, Oman, Qatar, Bahrein, Kuwait e Iraq, isolandosi ulteriormente. In queste condizioni, l'Iran rinuncerà alle sue ambizioni di dominio regionale? Hezbollah si ritirerà dallo scontro con Israele? Come saranno le relazioni dell'Iran con il resto del Medio Oriente?
Queste sono domande direttamente collegate a questo cessate il fuoco. Abbiamo due settimane di tempo per riflettere. Soprattutto per coloro che hanno sostenuto questa guerra, spesso basandosi su conoscenze e giudizio inadeguati. / Adattato da "Pamphlet", da "InsideOver".
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