La dichiarazione del presidente serbo non è un errore, ma la continuazione di una politica che sminuisce le comunità musulmane e qualsiasi protesta che non sia controllata dal governo...
La dichiarazione del presidente serbo Aleksandar Vučić sulla protesta civica di Novi Pazar, da lui definita "piccola" e "insignificante", non è stata né spontanea né innocente. Rappresenta una linea politica consolidata da anni in Serbia: sminuire il malcontento civico, banalizzare la rivolta sociale ed evitare qualsiasi reale responsabilità istituzionale. Quando un presidente sceglie l'ironia e il ridicolo di fronte alla protesta, non mostra sicurezza, ma paura di un processo che non può controllare.
La protesta di Novi Pazar non era né etnica né religiosa, nonostante i tentativi di interpretarla in questo modo. Era una reazione diretta alle decisioni amministrative che colpivano studenti e professori, in un momento in cui le università in Serbia sono diventate uno dei principali fronti di malcontento per l'asservimento dello Stato. Ma il fatto che questa protesta si svolgesse in una città a maggioranza bosniaca ha conferito alla risposta di Vučić un'accusa ancora più problematica: disprezzo per la periferia, per le comunità che tradizionalmente non hanno fatto parte del cerchio del potere e per le voci provenienti da fuori Belgrado.
In realtà, Novi Pazar non era né "piccola" né "insignificante". Era il sintomo di una profonda stanchezza sociale dovuta all'arroganza del potere e a un modello di governo che non riconosce il dialogo, ma solo la disciplina. La storia politica della Serbia ha chiaramente dimostrato che i movimenti studenteschi e civici sono spesso precursori di gravi crisi politiche. Proprio per questo, la reazione beffarda di Vučić va letta come un segno di insicurezza e non di forza: un governo sicuro di sé non minimizza le proteste, ma cerca di neutralizzarle attraverso le istituzioni e il dialogo.
Per la regione, e in particolare per gli albanesi che seguono da vicino gli sviluppi in Serbia, il caso di Novi Pazar è un campanello d'allarme. Uno Stato che aspira a essere un fattore di stabilità nei Balcani non può costruire la stabilità interna sminuendo i propri cittadini e prendendo in giro il malcontento sociale. Una stabilità che si basa sul disprezzo, sulla paura e sul controllo della narrazione mediatica è solo una falsa calma, destinata a infrangersi al primo grave momento di crisi.
In definitiva, Novi Pazar non è stato un episodio marginale sulla mappa politica della Serbia. È stato un chiaro riflesso del modo in cui il governo odierno vede il cittadino: come figura di rappresentanza, non come fattore. E ogni volta che il governo sceglie di ridere della protesta, è di solito perché capisce che il suo messaggio è più serio di quanto voglia ammettere./ Opuscolo
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