Dal Golfo Persico ai mercati globali, l'ordine internazionale sta scivolando verso un'era in cui la paura è più importante della legge e la forza sta sostituendo la ragione...
Il mondo non si sta semplicemente dirigendo verso un'altra crisi. Si sta dirigendo verso uno stato in cui la crisi sta diventando una modalità di governo e la guerra sta diventando l'unico strumento della politica.
I recenti sviluppi nel Golfo Persico lo dimostrano chiaramente: l'attacco a South Pars, i successivi attacchi alle infrastrutture energetiche in Qatar e Arabia Saudita, così come l'improvviso aumento dei prezzi del petrolio, mostrano che il conflitto non è più solo militare; sta penetrando nelle arterie economiche dell'ordine mondiale.
Ecco perché la domanda "Dove sta andando questo mondo?" non è retorica.
Si tratta di una questione fondamentale per un'epoca che ha cominciato a perdere il senso del confine tra forza e ragione.
Quando gli Stati non si accontentano più di colpire l'esercito avversario, ma prendono di mira anche terminali del gas, raffinerie, porti e corridoi strategici, allora non ci troviamo più di fronte a un semplice conflitto regionale. Ci troviamo di fronte a un avvertimento globale.
Ras Laffan, in Qatar, è un nodo cruciale per l'approvvigionamento mondiale di gas naturale liquefatto e i danni subiti hanno mandato in tilt i mercati internazionali.
Sul fronte diplomatico, la situazione è persino più grave delle esplosioni stesse.
Perché ciò che sta crollando non sono solo oggetti fisici, ma un'intera illusione: l'illusione che, dopo anni di accordi, cauti riavvicinamenti e diplomazia mediata, il Golfo fosse entrato in una fase più stabile. La dichiarazione del ministro degli Esteri saudita, secondo cui la "fiducia" nei confronti dell'Iran è svanita, è di per sé un'indicazione che la regione sta tornando alla logica della paura, non della fiducia. Quando la diplomazia parla, ma nessuno le crede più, allora l'ordine sta crollando.
Più inquietante della guerra stessa è la sua normalizzazione. Il mondo moderno sta diventando stranamente tollerante nei confronti dell'escalation. I colpi vengono visti, condannati per qualche ora e poi assorbiti come parte della "nuova realtà". Questa è una stanchezza morale che non accetta più la tragedia come tale, ma come routine informativa.
Oggi, in molte capitali, la prima domanda non è quante vite siano in pericolo, ma quanto si muoverà il mercato energetico domani mattina. Il fatto che il Brent abbia superato i 119 dollari al barile dopo gli attentati rivela chiaramente questa cinica gerarchia di priorità.
Questo mondo si sta muovendo verso un ordine in cui l'interesse prevale sulla legge, mentre il potere sostituisce in modo sempre più palese i principi.
Gli Stati Uniti minacciano una risposta devastante se i loro alleati vengono colpiti; gli stati regionali avvertono di possibili ritorsioni; i mercati tremano; la diplomazia insegue gli eventi, ma non è più in grado di anticiparli. Persino le dichiarazioni di Donald Trump, che riconoscono l'attacco a South Pars e mettono in guardia da ulteriori conseguenze se l'Iran attacca di nuovo il Qatar, parlano di un'architettura di sicurezza non più gestita da regole, ma da ultimatum.
In questo senso, la crisi odierna non è solo una crisi mediorientale. È una crisi della mentalità internazionale stessa. Per anni si è parlato di un mondo multipolare, di nuovi equilibri, di diplomazia pragmatica. Ma ciò a cui stiamo assistendo è qualcosa di ben più cupo: molti centri di potere, ma pochi centri di responsabilità. Molti attori in grado di accendere la miccia, e quasi nessuno che abbia l'autorità morale per spegnerla.
Pertanto, la questione non è solo dove stia andando questo mondo. La domanda è ancor più cruciale: chi lo sta guidando e con quale visione? Perché un mondo in cui l'energia diventa bersaglio di guerra, in cui gli stretti marittimi si trasformano in strumenti di ricatto e in cui le relazioni tra gli stati si misurano in base alla capacità di arrecarsi danno reciproco, non si sta muovendo verso un ordine.
Si sta evolvendo verso un'incertezza sofisticata, dove la tecnologia è moderna, ma l'istinto politico è medievale./ Opuscolo
Parimi baze i “Materializmi Dialektik”: CDO VEPRIM KA KUNDERVEPRIM. Ne se Serbia sulmon Kosoven( per te cilen po pergatitet),c’fare duhet te beje qeveria dhe populli i saj? Pyetje hipotetike eahh!? A do t’i nenshtrohet Serbise, apo do te kunderpergjigjet?? PERGJIGJE….!!??