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Editorial14 Janar 2026, 10:55

Non bombardare la protesta.

Shkruar nga Gjergj Zefi

La diplomazia deve parlare prima delle armi...

Non bombardare la protesta.
Iran, gennaio 2026 /

La protesta in Iran è la voce di una società che cerca di respirare sotto un regime repressivo, non un invito a una nuova guerra. Sostenere i cittadini che scendono in piazza contro la violenza dello Stato è giusto e necessario, ma trasformare questa crisi in un conflitto militare sarebbe il colpo più duro alla protesta stessa. Quando le armi parlano, la diplomazia tace; e quando la diplomazia tace, si perde la speranza di un vero cambiamento.

Le proteste che stanno scuotendo l'Iran sono un appello diretto alla dignità, alla libertà e ai diritti fondamentali. Non sono il prodotto di manipolazioni esterne, ma la conseguenza di un lungo accumulo di ingiustizie politiche, economiche e sociali. Il sostegno morale e politico ai cittadini iraniani non è solo legittimo, ma anche necessario. Tuttavia, questo sostegno non deve diventare un alibi per un'altra escalation militare in Medio Oriente, una regione già stanca di guerre e interventi.

La dura retorica del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, accompagnata da segnali di forza e avvertimenti di "azioni drastiche", rischia di spostare l'attenzione dal nocciolo della questione: il diritto di un popolo a protestare senza essere massacrato dal proprio Stato. La storia ha dimostrato che gli interventi militari, anche quando giustificati nel linguaggio dei diritti umani, finiscono spesso per produrre più vittime, più caos e meno democrazia.

L'esempio del Venezuela, dove il duro confronto con il regime di Nicolás Maduro si è trasformato in un gioco di potere geopolitico, dovrebbe servire da monito. Un cambiamento politico sostenibile non si impone dall'esterno con carri armati o missili, ma si costruisce attraverso la pressione diplomatica, l'isolamento mirato delle élite repressive e il sostegno strutturato alla società civile.

In questo momento critico, la diplomazia deve entrare in gioco con tutto il suo arsenale: sanzioni intelligenti e coordinate, indagini internazionali sulle violazioni dei diritti umani, canali di dialogo aperti e un fronte unito tra Stati Uniti, Unione Europea e attori regionali. La guerra soffocherebbe le voci dei manifestanti soffocandole con il rumore delle bombe; la diplomazia, al contrario, può amplificarle ai tavoli dove si prendono le decisioni globali.

Sostenere le proteste in Iran e opporsi alla guerra non sono posizioni contraddittorie. Sono due facce della stessa filosofia politica: proteggere la vita umana e il futuro della stabilità internazionale. Se l'Occidente vuole stare dalla parte giusta della storia, deve scegliere le parole, non il fuoco; la pressione diplomatica, non la distruzione militare. / Opuscolo

mos e bombardoni protesten gjergj zefi irani

2 Komente

  1. P
    Pak nga të gjitha

    Saktë po dhe ata që duan luftë e dinë po e kanë alibi të artë

    1. F
      Feti Dema

      Patjetër që duhet të ndodh kështu siç rekomandoni Ju. Me siguri këtë rrjedh do marë zhvillimi i situatës. Me pak viktima, me më shumë diplomaci dhe sanksione , regjimi shpërndau 'policinë e moralit', dmth. mbulimi grave nuk është i detyrushëm. Nën një regjim teokratik kjo ështe një fitore domethënëse.

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