Il blocco dello Stretto di Hormuz sta colpendo duramente l'economia globale, in particolare quella europea. In un contesto di pressione energetica e tensioni geopolitiche, la soluzione non può provenire unicamente dalla forza militare. La diplomazia rimane essenziale per evitare un'escalation e una grave crisi...
Il violento scontro di potere tra Washington e Teheran è ormai entrato in una "zona grigia", dove il vantaggio pende a favore dell'Iran. Non si tratta né di una guerra aperta né di una pace autentica: blocchi navali si fronteggiano, la retorica aggressiva si manifesta pubblicamente, mentre dietro le quinte si svolgono negoziati indiretti e cauti.
Gli iraniani, con la loro pazienza strategica, stanno sfruttando al meglio questa situazione. Il cessate il fuoco concede loro tempo e respiro. Nel frattempo, Donald Trump sembra impaziente. I prezzi della benzina aumentano inesorabilmente e, abituati alle sue promesse contro le alternative elettriche, i consumatori americani sono persino meno pazienti di lui.
Se la causa è la chiusura dello Stretto di Hormuz, allora lo Stretto deve essere riaperto, e al più presto. I negoziati non stanno dando risultati, quindi l'opzione della forza rimane: rompere il blocco iraniano.
L'idea di "liberare" le navi – forse centinaia – bloccate nel Golfo Persico è il fulcro di questo approccio. I benefici energetici potrebbero tardare ad arrivare, ma nel frattempo Trump punta a riconquistare l'iniziativa politica.
Nel Golfo Persico, debole sul piano diplomatico, il presidente americano fa affidamento sulla sua schiacciante superiorità militare aerea e navale rispetto alla Guida Suprema iraniana. Nel frattempo, sulla scena internazionale, invia segnali contrastanti: intransigente con l'Europa – con minacce di ritiro delle truppe, dazi e boicottaggio del vertice del G7 a Evian – ma più aperto al dialogo con Vladimir Putin e Xi Jinping.
Nel frattempo, sta cercando di adottare un tono più conciliante con Papa Leone XIV. Non si può entrare in Vaticano con un linguaggio bellicoso. Lì ci si aspettano segnali di dialogo. Ma resta il dubbio: quanta pace porterà Marco Rubio al suo incontro con il Papa, che ha posto la pace al centro dei suoi recenti messaggi?
Per la Santa Sede, la questione non riguarda solo l'Iran. Anche il Libano, Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme stessa sono nella lista. L'amministrazione Trump sembra insensibile alle politiche di Benjamin Netanyahu e alle pressioni dei coloni per lo sfollamento dei palestinesi dai territori contesi.
A differenza delle precedenti amministrazioni americane, inclusa quella di Joe Biden dopo i tragici eventi del 7 ottobre 2023, questa amministrazione sembra paralizzata. Il piano per Gaza è rimasto in sospeso.
È stata addirittura annunciata la chiusura di una struttura chiave per il coordinamento civile-militare e gli aiuti umanitari nella regione. Tuttavia, l'approccio americano all'Iran si basa su tre argomenti: i negoziati sono ancora sul tavolo; il programma nucleare iraniano deve essere fermato; e lo Stretto di Hormuz deve essere riaperto per evitare una crisi energetica, agricola e umanitaria con conseguenze globali.
Nel frattempo, per quanto riguarda la Palestina, difendere Israele si fa sempre più difficile, non solo in Vaticano, ma anche in Europa. Roma, in quanto capitale di entrambi gli Stati, diventa un centro diplomatico chiave. La visita di Rubio mira a ricucire i rapporti sia con l'Italia che con la Santa Sede.
Con quest'ultimo, in una prospettiva a lungo termine, tenendo conto anche del peso della comunità cattolica negli Stati Uniti. Con l'Italia, l'obiettivo è più immediato: allineamento strategico in seno alla NATO e sulla questione iraniana.
Ma dopo le recenti tensioni e il raffreddamento dei rapporti con Giorgia Meloni, questo riavvicinamento non è facile. Nonostante la volontà di dialogare, lo spazio per il compromesso resta limitato. L'Italia esclude qualsiasi sostegno diretto ad azioni militari contro l'Iran.
Fintanto che il cessate il fuoco dura, possono esserci solo concessioni tecniche. D'altro canto, Rubio deve mantenere un delicato equilibrio: allinearsi a Trump, senza però sapere con esattezza quale sarà la prossima mossa del presidente americano.
Se nel frattempo venisse lanciata un'operazione per riaprire con la forza il Canale di Hormuz, la richiesta di sostegno europeo sarebbe inevitabile. Ma l'Europa si trova di fronte a un difficile dilemma: proteggere la libertà di navigazione in una fragile situazione di pace o impegnarsi in una pericolosa escalation?
D'altro canto, i danni economici causati dal blocco sono già ingenti. "Aspettiamo la pace" rischia di rimanere una vana speranza. In fin dei conti, la guerra può essere la scelta politica di un singolo individuo, ma le conseguenze sono sempre collettive.
La visita a Roma pone l'Italia in prima linea in una sfida che riguarda tutta l'Europa. E la risposta non può essere frammentata. È necessaria una posizione comune e coordinata tra le principali capitali europee. / Opuscolo de "La Stampa"
Lini një Përgjigje