Ma chi sono davvero queste figure? La narrazione dei media occidentali continua a dipingere un Iran politicamente frammentato: un leader supremo ritratto come incapace di esercitare la leadership e una classe dirigente già invischiata nelle tradizionali guerre interne.
Mentre i media occidentali ritraggono la leadership iraniana come divisa, in conflitto tra loro o priva di una guida, in realtà i politici della Repubblica islamica si stanno preparando a un nuovo ciclo di scontri con gli Stati Uniti, sia sul piano diplomatico che militare. Più che un ritorno alla Guerra Fredda, lo scontro tra Iran e Stati Uniti ci riporta per certi versi al Medioevo, quando i signori feudali imponevano la propria giurisdizione su territori, rotte commerciali e punti di passaggio strategici.
Oggi, il caso emblematico è lo Stretto di Hormuz, dove Teheran è riuscita a riaffermare, attraverso una risposta militare che alcuni osservatori hanno trovato sorprendente se paragonata all'offensiva israelo-americana, la sua capacità coercitiva in una delle vie navigabili più importanti del pianeta.
Così come un tempo imponevano taglie e tasse, oggi i Pasdaran iraniani, forti della legittimità derivante dalle loro dimostrate capacità militari sul campo, influenzano il transito marittimo attraverso lo Stretto con una combinazione di deterrenza psicologica e blocco fisico.
Questa pressione viene esercitata attraverso il costante rischio di intercettazione, la minaccia dei campi minati, la presenza di navi ad alta velocità della Marina delle Guardie Rivoluzionarie iraniane e la possibilità di attaccare infrastrutture energetiche e navi mercantili. Tale capacità è stata dimostrata concretamente di recente, quando una petroliera giapponese ha attraversato lo stretto indenne dopo aver sostenuto costi enormi per la sicurezza della rotta, segno di come la navigazione nell'area sia ormai di fatto soggetta al tacito consenso dei "Signori di Hormuz".
Ma chi sono davvero queste figure? La narrazione dei media occidentali continua a dipingere un Iran politicamente frammentato: una guida suprema ritratta come incapace di esercitare la leadership e una classe dirigente già invischiata nelle tradizionali guerre interne. In realtà, proprio a causa della natura conflittuale e competitiva delle relazioni interne alla Repubblica Islamica, i disaccordi nella gestione delle crisi non sono una novità, né per gli osservatori più attenti né, soprattutto, per gli stessi iraniani, che sembrano assorbire questa dinamica con relativa facilità.
Permangono alcune rivalità interne, come è naturale in un sistema policentrico e complesso come quello iraniano. Ma questa molteplicità di centri decisionali è strutturale e organica al sistema, non il prodotto di cause esogene come la guerra scatenata da Donald Trump contro il Paese.
Secondo numerose analisi occidentali, attualmente si starebbero scontrando due fazioni principali: da un lato i Pasdaran e dall'altro l'establishment politico, in particolare il Ministero degli Esteri, diviso sulla gestione della crisi e su possibili negoziati con Washington. Si direbbe che questi due poli siano incarnati dal comandante delle Guardie Rivoluzionarie, il generale Hossein Salami, e dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi. In realtà, questa interpretazione appare ampiamente incerta. Non vi sono segnali concreti di frammentazione strategica, tanto meno di una spaccatura.
Esistono differenze di tono, metodo e linguaggio politico, ma l'obiettivo rimane comune: proteggere la sopravvivenza del sistema, preservare la capacità di deterrenza del Paese e affrontare il confronto con gli Stati Uniti da una posizione di forza. Un'altra voce che circola nelle ultime settimane riguarda il presunto indebolimento di una delle figure che, di recente, ha acquisito grande influenza in Iran: Mohammad Bagher Ghalibaf. Secondo diverse fonti, Ghalibaf sarebbe stato gradualmente allontanato dai centri decisionali o il suo ruolo sarebbe stato ridimensionato dopo aver guidato la delegazione iraniana nell'ultimo ciclo di negoziati tenutosi a Islamabad. Tuttavia, anche in questo caso, le prove sembrano estremamente fragili. Nulla indica una reale emarginazione della sua figura, che continua invece a mantenere saldamente il suo ruolo nel delicato equilibrio di potere della Repubblica islamica.
Occorre ricordare che Ghalibaf, pur svolgendo un ruolo importante nella gerarchia politica iraniana, non rappresenta l'unico vertice del sistema né l'intera leadership del paese. Tuttavia, è certamente una delle figure più importanti della classe dirigente iraniana, soprattutto alla luce delle recenti morti di diverse personalità di spicco in attacchi israelo-americani.
Da questa prospettiva, si può affermare che una forma di cambio di regime si è effettivamente verificata, ma in un senso molto diverso da quello immaginato da Washington. Il cambiamento non ha portato al collasso del sistema, bensì a una sua trasformazione interna, accelerata dall'eliminazione di figure chiave dell'apparato militare e politico e dalla morte della Guida Suprema Ali Khamenei. Il sistema politico iraniano, tuttavia, sembra essersi stabilizzato. È molto probabile che subisca profondi cambiamenti, ma non nel senso auspicato dagli Stati Uniti. Più probabile è che emergano scenari nuovi e difficili da prevedere. Persino l'idea di una semplice dittatura dei Pasdaran appare una semplificazione eccessiva. Le dinamiche interne del potere iraniano rimangono complesse, stratificate e spesso opache agli osservatori esterni. Non sappiamo ancora quale forma assumeranno i centri di potere a Teheran, ma è certo che i Pasdaran hanno rafforzato la loro posizione grazie al ruolo decisivo svolto nello sviluppo del conflitto.
Chi sono dunque i Signori di Hormuz? Non un singolo uomo, né una singola fazione. Si tratta piuttosto di una complessa rete di militari, politici, funzionari dei servizi segreti, tecnocrati e operatori economici che manovrano i fili dell'attuale struttura di potere iraniana. Un potere che, come accennato all'inizio, si manifesta soprattutto nel controllo dello Stretto di Hormuz e nella continua capacità di esercitare pressione sui paesi del Golfo Persico. Riprendendo la metafora medievale, l'Iran di oggi sembra in grado di imporre, attraverso la persuasione e la forza, il rispetto delle proprie regole. I recenti eventi e il significativo fallimento del blocco navale americano dimostrano la resilienza e la forza di questa nazione, che abbiamo già definito la quarta potenza in un mondo globalizzato ormai definitivamente in crisi .
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