
La parata di Pechino unisce i leader più repressivi del mondo: la Serbia dalla parte dell'Oriente autoritario...
Il presidente serbo Aleksandar Vučić si trova ancora una volta in una situazione in cui le sue scelte simboliche e diplomatiche sono più in linea con la logica delle autocrazie orientali che con la dichiarata rotta verso l'Unione Europea.
L'annunciata partecipazione di Vučić alla parata militare che si terrà il 3 settembre a Pechino, in occasione dell'80° anniversario della fine della Seconda guerra mondiale, ha evidenziato ancora una volta le reali preferenze del regime serbo.
Oltre a Vučić, si prevede che all'evento parteciperanno anche noti leader autoritari come Kim Jong Un della Corea del Nord, Vladimir Putin della Russia e Aleksandr Lukashenko della Bielorussia.
Questo allineamento simbolico, che coincide con un evento importante nell'agenda geopolitica della Cina, ha un valore maggiore di una visita cerimoniale: è una dichiarazione di posizionamento.
Vučić è consapevole delle conseguenze che comporta la partecipazione a un evento dominato dalle figure più repressive della scena internazionale.
Kim Jong Un rappresenta uno dei regimi più chiusi e brutali al mondo; Vladimir Putin è nel mezzo di una guerra di aggressione in Ucraina che ha unito l'Occidente contro di lui, mentre Lukashenko si fa carico della legittimità contestata di un potere che si mantiene solo attraverso la repressione.
Se un leader democratico partecipa a un evento in cui sono presenti queste figure, invia un messaggio chiaro: appartiene a un mondo diverso da quello che proclama sui programmi ufficiali di politica estera.
Per la Serbia, non si tratta di un incidente diplomatico isolato, ma di parte di un modello politico sostenibile che riposiziona il Paese come parte di un blocco informale di autocrati che condividono non solo interessi geopolitici comuni, ma anche metodi di governo.
Se per la Cina questo è un modo per affermare il nuovo ordine multipolare, assumendo il ruolo di locomotiva, per Vučić è un passo misurato e calcolato per mantenere l'equilibrio tra Bruxelles e l'asse Pechino-Mosca. Ma questo equilibrio è sempre più difficile da gestire, soprattutto quando Bruxelles cerca chiari segnali politici sui progressi nel processo di integrazione.
Vučić è infatti in una posizione favorevole per ricattare l'Occidente oscillando tra i due schieramenti. Ha costruito un regime che imita il modello putiniano: controllo totale sui media, opposizione indebolita, forti legami con l'oligarchia economica, uso frequente della retorica nazionalista e manipolazione deliberata delle crisi regionali per preservare il potere interno.
In questo contesto, la sua apparizione accanto a Kim Jong Un non è una deviazione dal protocollo, ma un riflesso naturale del suo reale orientamento politico.
Per la regione balcanica, e in particolare per gli albanesi, questo sviluppo è un campanello d'allarme. Una Serbia che si avvicina a regimi repressivi è sempre una Serbia che cerca di rafforzare la propria capacità di controllare non solo il proprio popolo, ma anche di esercitare un'influenza regionale senza compromessi. Ciò minaccia anche la stabilità del Kosovo, dove le tensioni alimentano il nazionalismo interno e giustificano la repressione.
La Serbia di Vučić, che compare accanto a Putin, Lukashenko e Kim Jong Un, non è un partner per la pace o l'integrazione, ma una parte organica di un blocco globale che sfida l'ordine liberale e democratico./ Opuscolo
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