
La visione albanese di uno Stato governato da codici nasce da alti livelli di corruzione, nepotismo, clientelismo e reti politiche radicate...
In un momento in cui la fiducia dei cittadini nei leader si sta erodendo, l'Albania ha svelato una visione che sembra più una proposta del dipartimento di informatica di Stanford che dei corridoi di Tirana: diventare il primo Paese in cui i ministeri sono gestiti dall'intelligenza artificiale.
Il primo ministro Edi Rama suggerisce, per metà scherzosamente e per metà seriamente, che i portafogli governativi possono essere affidati ad algoritmi, funzionari instancabili che non chiedono uno stipendio, non hanno ambizioni e, cosa più importante, non sanno mettere buste in tasca.
Questa visione nasce da una ferita molto locale: decenni di corruzione, nepotismo, clientelismo e reti politiche radicate. Se gli esseri umani hanno fallito, forse le macchine possono avere successo. I sostenitori immaginano una realtà sterile, quasi asettica: nessun favore, nessuna collusione, nessun cugino che dovrebbe vincere la gara. L'algoritmo, a differenza del ministro, non chiede voti; chiede formule che producano risultati.
Qual è la fonte della corruzione?
Ma qui sorge la domanda più profonda: la corruzione è semplicemente la somma di singoli atti o è un intero sistema sociale radicato nella storia politica di una nazione?
Anche se un ministro dell'intelligenza artificiale operasse con perfetta efficienza, chi deciderebbe le priorità? Chi ne fisserebbe i parametri?
Dopotutto, dietro ogni codice c'è un programmatore umano, con i suoi interessi, la sua visione del mondo e i suoi pregiudizi.
In questo senso, l'algoritmo non è un oracolo incorruttibile, ma piuttosto uno specchio digitale che riflette la mente del suo creatore.
Per comprendere l'esperimento albanese, possiamo rivolgerci alle idee di Curtis Yarvin, il controverso esperto di tecnologia politica che anni fa propose di gestire un Paese come un'azienda tecnologica. Per lui, uno Stato non è un campo di battaglia ideologico, ma un sistema operativo, con un CEO con autorità assoluta, un consiglio di amministrazione per la supervisione e i cittadini come clienti che si aspettano un servizio di qualità. Non un parlamento rumoroso o infiniti litigi tra partiti, solo una maggiore efficienza aziendale.
La visione albanese come esperimento filosofico
L'Albania, per certi versi, spinge questa logica oltre: non solo uno "stato di partenza", ma uno stato in cui alcuni leader non sono più persone, ma solo codice. Un algoritmo come viceministro, o addirittura come amministratore delegato ad interim. Sembra un salto verso l'efficienza, ma anche un salto verso un pericolo inesplorato. Se lo stato è un'azienda e i leader sono macchine, allora chi detiene il copyright del codice? Chi controlla i server? Chi detiene le chiavi principali della governance?
Possiamo immaginare l'Albania come una coraggiosa startup geopolitica, un piccolo Paese che cerca di superare i limiti della storia e della geografia attraverso la rivoluzione tecnologica. Tuttavia, come ogni startup sa, scalare è rischioso. Se l'algoritmo fallisce, il fallimento non è personale, ma sistemico, e in un Paese un fallimento sistemico può essere catastrofico.
La visione albanese non è semplicemente un esperimento tecnologico. È un esperimento filosofico, che esamina la natura stessa della governance. Vogliamo davvero trasferire le leve del potere dall'umano al post-umano? È questa la via verso la salvezza democratica o una china scivolosa verso una dittatura digitale, dove i cittadini non eleggono più i leader, ma scaricano l'ultima versione del software di governance?
In definitiva, la risposta non risiederà nell'algoritmo in sé, ma nella società che sceglierà come utilizzarlo. Forse la vera domanda non è mai stata chi siede sulla sedia ministeriale, ma come progettare le istituzioni in modo che, indipendentemente da chi vi siede, siano al servizio del pubblico.
A quanto pare, l'Albania ha semplicemente messo questa questione sul tavolo per il futuro. / Adattato dal Jerusalem Post /
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